Tavolo 5 – Un nuovo patto tra architetti e società

Nell’emergenza Covid-19 gli architetti sono stati principalmente interpellati, in particolare dalla stampa generalista, per dare contributi futuristici e immaginifici, un portato di visione senz’altro importante ma che lascia inespressi i potenziali contributi che la nostra disciplina e la nostra professione possono e devono dare, mettendo in campo le loro competenze e la loro esperienza. L’architetto, con la sua matrice tecnica e umanistica, è essenziale per affrontare gli approcci interdisciplinari e interscalari richiesti dalla complessità delle radicali trasformazioni socioeconomiche e spaziali in corso, nella prospettiva di una sostenibilità ambientale e sociale come valore condiviso e irrinunciabile.

 

Anche in questo caso, la situazione di emergenza ha reso evidente un problema già noto: la fragilità della figura dell’architetto nell’immaginario e nella società, fragilità cui occorre rispondere consolidando e rendendo evidenti le nostre competenze e l’importanza del nostro apporto. Il contributo di una figura contemporanea ed efficace di architetto si muove da un lato verso la costruzione di competenze specialistiche approfondite (nella progettazione architettonica, nella pianificazione, nel progetto di paesaggio e nel riuso e conservazione del vasto patrimonio esistente) e, dall’altro, verso la capacità di coordinare le diverse competenze grazie a una visione d’insieme che supera gli specialismi: riaffermare questo ruolo è essenziale per acquisire e consolidare la credibilità professionale che chiediamo ci sia riconosciuta, coltivando le relazioni interdisciplinari con le professioni e la presenza negli ambiti di intervento (ricerca, presenza nel discorso pubblico, richiesta di partecipazione attiva nelle sedi decisionali), impegnandoci affinché il nostro ruolo sia percepito come necessario.

Temi e domande

Abbiamo individuato quattro temi in cui il contributo degli architetti può essere determinante per delineare gli scenari del post Covid-19:

 

1 Territorio e pianificazione: occorre a nostro avviso riflettere su quali nessi ci siano tra le scelte passate e la pandemia e su quali strategie possano portarci a un ambiente umano e fisico più robusto e resiliente. Si tratta di un lavoro di indagine e valutazione complesso, che richiederà tempi lunghi, ma di cui occorre iniziare a porre le basi e ad anticipare alcune possibili linee di lavoro. La difficoltà di orientare la distribuzione insediativa – con i relativi carichi e vantaggi – in maniera equilibrata in una dimensione metropolitana vasta è evidente e occorre oggi identificare e mettere in campo azioni che diano sostanza a questo obiettivo. È oggi finalmente possibile immaginare interventi sulla mobilità alternativa, anche individuale, per poterla trasformare in vera infrastruttura metropolitana, investimenti sulla diffusione territoriale e sulla virtualizzazione dei servizi, coordinamento delle politiche insediative e infrastrutturali.

 

2 Abitare e lavoro: sia l’ambiente domestico che quello lavorativo si sono dimostrati spesso incapaci di accogliere le diverse forme d’uso determinate dalla crisi e appare sempre più evidente come il progetto debba consegnare a chi abita spazi capaci di accogliere usi differenti, oggi anche imprevedibili. Il modo in cui abbiamo progettato le abitazioni negli ultimi vent’anni andrà rivisto in seguito a questa esperienza? Come i diversi modelli abitativi – residenza di mercato, ERS e ERP, insediamenti urbani o extraurbani, cohousing – hanno retto alla prova della pandemia? La disciplina ha da tempo consolidato modelli alternativi e più complessi: occorre oggi riflettere su quali ostacoli normativi, economici, commerciali e culturali ne abbiano finora impedito la diffusione e il consolidamento. Potrebbe essere questa l’occasione per promuovere alcuni ambiti di sperimentazione che consentano di ragionare su soluzioni alternative per evidenziarne le effettive potenzialità?

 

3 Lo spazio pubblico: la limitazione e la chiusura degli spazi pubblici ci ha obbligato a riconsiderare il loro ruolo nelle nostre vite e ci ha permesso di coglierne aspetti inediti: come è cambiata la nostra percezione dello spazio pubblico in un momento in cui la fruizione ne è stata estremamente limitata e alterata rispetto al consueto dalla quasi totale assenza di mezzi e di persone? Ci sono degli aspetti positivi che possiamo pensare di consolidare nel prossimo futuro? Cosa abbiamo compreso, nel momento in cui ne siamo stati privati, del loro ruolo nella nostra vita? Questa esperienza ci ha consentito di guadare ad altre categorie, non consuete, di spazio di uso pubblico? In che senso cambia la valutazione sulla qualità spaziale e di fruizione dello spazio pubblico? Forse mai come oggi che ne siamo privati, ci rendiamo conto del contributo degli spazi pubblici (strade e piazze, parchi e giardini) alle nostre vite, contributo che deve spingerci a riflettere sulla loro necessaria qualità e sui processi e i progetti che la possano garantire. A questo va aggiunto come il concetto di spazio pubblico si sia ampliato e modificato nel tempo, includendo sempre di più anche gli spazi privati di uso collettivo e la dimensione virtuale e digitale. Come affrontare la questione a partire dalle nostre competenze? Come immaginare/sperimentare dei luoghi che condensino ad alto livello l’infrastrutturazione fisica e digitale, il pubblico con il privato, la socialità e la convivenza?

 

4 Sostenibilità: appare evidente come questa crisi sia, intrinsecamente, anche una crisi ambientale e da tempo sappiamo che il costruito svolge un ruolo fondamentale nel possibile riequilibrio globale delle risorse, a cui oggi più che mai dobbiamo tendere. Non possiamo però più accontentarci di affrontare la questione in termini generali, rischiando di formulare proposte che non hanno poca o nessuna incidenza reale. Occorre piuttosto capire come, a partire dalle nostre competenze si possa avviare una riflessione circostanziata su temi specifici e ambiti concreti. Quali delle strategie messe in campo negli ultimi anni in tema di sostenibilità saremo costretti a rivedere o rimodellare dopo il Covid-19? E quali modifiche ai nostri comportamenti e al nostro modo di vivere possono invece essere capitalizzate nelle strategie e progettazioni future per rendere la città maggiormente sostenibile? Come circostanziare il nostro contributo alla questione, ad esempio collegandolo a suggerimenti operativi per segmenti e nodi di una o più reti ecologiche di scala metropolitana?

Il tavolo di discussione 5 si svolgerà il 28 maggio 2020 dalle ore 14:30 alle ore 17:00

A cura dei Consiglieri Corinna Morandi e Paolo Mazzoleni

 

Modera: Silvia Botti – Abitare

 

Partecipano alla discussione

 

  • Paolo Pomodoro – Studio Architettura Urbanistica
  • Arianna Censi – Città Metropolitana
  • Giovanni Paviera – Vitale&Co Real estate
  • Chiara Rizzica – Senior Policy advisor for Social Housing del Comune di Milano
  • Margherita Manfra – Orizzontale
  • Piero Pelizzaro – Direzione di Progetto “Città Resilienti” del Comune di Milano
  • Ilaria Valente – Scuola Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni*
  • Maria Berrini – Ambiente Italia Group

* in attesa di conferma

Media partner:

I contributi pervenuti

Pervenuti il 24/05/2020

Sono due gli elementi che sono emersi a mio avviso durante l’esperienza Covid e che mi auguro che porteremo nelle prossime progettazioni del nostro spazio pubblico.. La prima ha un risvolto sociale emersa soprattutto in questo periodo. La grandezza dei nostri appartamenti non è sempre stata sufficiente ad assolvere a tutte le istanze della nostra vista quotidiana, ad esempio il gioco dei bimbi. Lo spazio pubblico è per ognuno di noi complementare al nostro spazio privato. Mai come ora ci siamo resi conto di questo valore. In questa visione quello pubblico è lo spazio che conferisce dignità alle persone e senso di appartenenza. Da oggi più che mai l’espressione dello spazio pubblico deve essere curata con attenzione e rigore perché è una vera e propria istanza sociale. Più rivoluzionario del primo aspetto è il secondo, che riguarda il tempo. La clausura forzata ha ridotto alcuni tempi della nostra vita , ad esempio quelli legati agli spostamenti, o anche solo quelli legati dedicati ad attività che non era possibile svolgere. La gestione di un tempo più lento, come anche ci suggerisce il nuovo modo di spostarci all’interno della città, è virtuosa e assomiglia maggiormente ad un ritmo naturale, ad un ritmo più aderente alla natura. L’incedere, lo stare, l’indugiare è la nuova modalità di vivere lo spazio pubblico e questo è il dato forse più nuovo e più deciso che ci catapulta di fatto nella nuova slow city, la vera idea per un futuro che riconosce la preziosità del tempo.

ARCH. Margherita brianza N°Matricola 13759

Come vivremo insieme? Maggio 2020 “How we will live together?” il titolo della 17esima Biennale di Architettura, ormai posticipata al 2021, potrebbe transformarsi nella domanda che sintetizza tutte i dibattiti sulle dinamiche progettuali da cui ripartire nella fase del dopo emergenza, accogliendo entrambe le prospettive del vivere, de’’abitare: come vivremo insieme, perche’ alla collettivita’ si avra’ una preotente voglia di tendere, e come vivremo individualmente, nelle nostre solitudini volute o imposte. Nella presentazione della mostra, a Luglio 2019, il suo curatore, Hashim Sarkis, descriveva il vivere insieme come “condivisione nonostante la crescente individualita’’: distanza e prossimita’, quindi, in tempi in cui il forzato isolamento e la conseguente agognata vicinanza non rappresentavano nessuno scenario immaginabile. Nelle riflessioni sull’abitare lo spazio del post- emergenza, quello privato, ma anche quello collettivo, si richiede ora di proporre formule nuove per la convivialita’, valutando quindi quelle finora utilizzate come inadatte ad accogliere le istanze di sicurezza richieste. Maggiore spazio, maggiore distanziamento: piu’ aumenta la distanza, piu’ il bisogno di condivisione diventa netto. In un altalenante rapporto di cambiamenti in cui collettivita’ e individuo sono i due poli del nostro vivere quotidiano, e l’equilibrio su cui far ripartire una societa’ sospesa. Che ruolo ha l’architetto, o potrebbe avere, in questo meccanismo di ridisegno antropico, astratto e piu’ concreto? Astratto, nell’interpretare le necessita’ indivuali e quelle della societa’, nel fare i conti con i bisogni economici e le regole di mercato; concreto nell’atto di costruzione fisica dello spazio materiale, lo spazio in cui ci muoviamo, sostiamo, lavoriamo e studiamo, lo spazio con cui possiamo anche decidere di non interagire.

ARCH. Marta Lombardi N°Matricola 16865

Propongo una riflessione di carattere generale rispetto alle problematiche che si discuteranno in questo tavolo, in particolare intorno ai temi di ecologia, spazio pubblico e cura, e alle loro possibili interpretazioni. Si veda il documento allegato.

ARCH. Torricelli Carlotta N°Matricola 16215
Pervenuti il 23/05/2020

Da un punto di vista inaspettato prendono avvio liberamente una serie di pensieri e di riflessioni su di un evento che cambierà il vivere urbano in modi profondamente differenti rispetto al passato. Se si vogliono comprendere in maniera più approfondita le nuove potenzialità e opportunità derivanti da nuovi modi di vivere, di lavorare e dalla sperimentazione di innovative soluzioni tecnologiche, bisogna osservare e analizzare la città. L’urbanistica e l’architettura, intese come espressioni politiche, sono i primi strumenti del cambiamento. Queste espressioni politiche sono chiamate a suggerire un profondo mutamento di paradigma relativamente alla risoluzione delle grandi problematiche collettive. Per risolvere il problema è necessario sviluppare una nuova metodologia basata sulla capacità di trovare nuove connessioni e creare nuovi legami tra elementi che non siamo abituati a mettere in relazione. Le logiche di intervento politico devono discostarsi dalla norma e dalla consuetudine. Il progetto deve ridursi fin quasi a scomparire, non deve costringere i comportamenti in forme predeterminate ma liberare le condizioni essenziali a un utilizzo istintivo e reciproco degli spazi da parte degli abitanti. In un periodo come questo, in cui i profondi cambiamenti in atto ci spingono a costruire e chiuderci dentro confini fisici e limiti comportamentali in grado di proteggerci, risulta sempre più necessario riuscire a trasformare le difficoltà in opportunità avventurandoci in territori finora sconosciuti dove trovare nuove soluzioni. Ogni tentativo di disconnettere, separare e isolare le città con l’obiettivo di rafforzarle e concentrarle intorno alle loro passate identità non fa altro che allontanarle dal raggiungimento del loro futuro.
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ARCH. Federico Rivolta – N° matricola 2754

1) Conoscenza del rapporto reale tra architettura e salute della persona (non solo aspetto fisico e sostanziale dei materiali, tecnologie …): dimensione formale dell’architettura (spazi, colori, forme, volumi), agente anche sulla salute biologica e fisiologica dell’essere umano, attraverso le percezioni dei sensi, le rappresentazioni conoscitive. 2) Una scienza/arte della progettazione estesa al vivente (scienza organica goetheanistica) e alle scienze umane (scienza dello spirito). Un’architettura che tesse rapporto dialogante con la natura attraverso forme, colori, spazi, materiali, senza ridursi ad accorgimenti tecnologici e cosmetici; su modalità del vivente, della metamorfosi: architettura dell’organico. 3) Una nuova pianificazione verso una rivalorizzazione del rapporto con gli elementi naturali, alla pari di quelli economici produttivi, sociali. Riforma del campo patrimoniale edilizio. Attribuire alla dotazione di verde degli insediamenti un valore economico e fiscale privilegiato, sia a livello privato che a livello pubblico e arrivare ad altri criteri di classificazione catastale, compresi i relativi valori patrimoniali. 4) Pianificazione affidata alla sfera economica costituita da associazioni di categoria e di arte, competenti in ogni ambito in gioco, interagenti in chiave di una solidarietà e fraternità di scopi. Riduzione della sfera politico-giuridica al compito, centrale, di impostare legislazione e normativa in senso di uguaglianza democratica tra cittadini e tra enti (con esclusione delle funzioni di determinazione culturale e ideologica dei fini e dei principi e di assunzione di compiti pratici di intervento economico finanziario. Gli obiettivi prioritari della pianificazione (orientamenti e scelte di sviluppo) affidati alla sfera culturale della società, in ambito di libertà di pensiero, indipendente da interessi economici, capace di sviluppare una scienza ampliata al di là del solo livello dei processi meccanicistici e deterministici.

ARCH. Stefano Andi – N° matricola 2560
Pervenuti il 21/05/2020

Questa emergenza sanitaria ha dato modo e tempo di poter ragionare sulle criticità inerenti la percezione della figura dell’architetto, quale professionista competente in grado di portare valore aggiunto per la società, non solo in interventi di grande scala o pubblici, ma soprattutto nel suo rapporto con i committenti privati. La percezione, nell’immaginario collettivo, considerando un bacino d’utenza di estrazione sociale variegata, molto spesso è fuorviante. Viste le numerose figure tecniche presenti sul mercato, oltre alle società di servizi in forte crescita, vi è il rischio concreto, in parte già realtà, di non riuscire a tramettere al committente il valore di una figura professionale fondamentale per garantire il raggiungimento degli obiettivi di progetto, senza trascurare i fattori culturali e di interesse collettivo. Tale fragilità è una eredità pesante per i giovani laureati che si affacciano al mercato del lavoro, come anche per i professionisti strutturati in un periodo storico ove la società è in continuo mutamento. L’Architetto oggi deve necessariamente acquisire competenze multidisciplinari, e ritengo che sia anche responsabilità dell’OA intervenire in tal senso, per colmare in taluni casi il GAP tra gli insegnamenti accademici ed il mondo del lavoro, come già in parte sta facendo, sviluppando competenze collaterali quali il management dello studio, il rapporto con i committenti privati, le imprese e la P.A.. Ritengo infatti che una delle difficoltà maggiori risieda nella capacità di valorizzare le proprie competenze verso il committente tipo, sempre più price-oriented anche nella scelta del professionista, percepito spesso come un mero “passa-carte” che rappresenta l’ennesimo costo aggiunto ad un sistema già iper-burocratizzato. Il contributo culturale dell’Architetto, valore aggiunto rispetto alle altre figure professionali deve tornare ad essere correttamente percepito anche nelle realtà private, base del tessuto sociale del territorio.

ARCH. Mauro Pantoni – N° matricola 17474
Pervenuti il 16/05/2020

La paralisi attuale può restare tale se non saremo capaci di dare un nuovo significato al termine SICUREZZA o meglio cosa si vuole intendere per “CITTA’ SICURA” e che significa la declinazione di tale assunto calato sulla forma della città.La città del virus rischia di trasformarsi in un enorme contenitore asettico e anonimo.Ora le parole “distanziamento, convivere con il virus, riduzione del movimento” richiamano i loro opposti: aggregazione, vivere tra simili, libertà di movimento. Esse prefigurano stili di vita eteroversi: l’uno esclude l’altro. Varie ipotesi verdi e neo-funzionalistiche avanzano.Peccato che le teorie del green, dello smart ecc. nel momento in cui dovrebbero configurarsi come una matrice di riferimento su cui modellare il divenire delle città, restano mute. Ormai la campagna è corpo separato che non sostiene più la città ma al contrario ne è sostenuta; e come progettare una piazza, una scuola? Attraverso un nuovo modulor di tipo “social-security” che si alimenta dei propri postulati senza una critica né disciplinare né politica? Non c’è progetto, si rischia di decretare l’inutilità culturale e sociale della città azzerando l’idea che essa è anche luogo di conflitto. Gli strumenti di intervento sono spuntati: PUC inconsultabili fatti per la perequazione,tanti bonus ma pochi soldi per manutenere l’urbano e l’ambientale, egemonia del design sul contesto, rinuncia a comprendere i fatti urbani e la funzione del progetto come strumento di indagine. J. Jacobs profeticamente, 60 anni fa, vincolava il disordine urbano ai concetti fondamentali di sicurezza e di libertà attraverso la mescolanza di usi e all’improvvisazione. La città garantisce la propria essenza e il diritto a se stessa solo se è libera e se rende liberi tutti i cittadini. Forse bisogna ritornare a studiare sul serio cose serie, parlare delle realtà urbane e della verità dell’agire costruendo anche “ponti” che durino 1000 anni e.. non solo per farvi transitare automobili.

ARCH. rosario tartaglione
Pervenuti il 14/05/2020

Sono stata coinvolta nel supportare un gruppo di giovani cittadine, appartenenti ad una associazione di promozione sociale di Cusago la Banca del Tempo, nella loro idea/sogno di completare un tratto di pista ciclabile tra Milano e Cusago di circa 2km che hanno chiamato ‘Pista ciclabile Parco Agricolo Sud: Milano-Cusago’. Pensando alla Fase 2 dell’emergenza sanitaria COVID 19 e alle difficoltà di utilizzare i mezzi pubblici hanno voluto cogliere l’invito del Comune di Milano a mandare la propria inizitiva al documento Milano 2020 – Strategia di adattamento. La pista ciclabile in questione dovrebbe collegare Cusago-Baggio (Parco delle Cave)-MM Bisceglie circa 7 km di cui 5km già esistenti, ma non continui. Occorre completare il tratto tra la piazza Pertini e Piazza Anita Garibaldi lungo la via Cusago nel territorio del Comune di Milano di circa 2km. Invece il Comune di Cusago dovrebbe raccordare i tratti di pista ciclabile in due rotonde sulla strada provinciale sp114. Analizzando le cartografie storiche si vede chiaramente che la pista ciclabile in questione non sarebbe altro che il collegamento direttissimo via terra privato che il Duca di Milano utilizzava per raggiungere velocemente la sua tenuta di caccia di Cusago da Porta Vercellina. Lunedì 11 maggio è stata lanciata una raccolta firme nella piattaforma change.org che in tre giorni ha ricevuto 530 adesioni. C’è voglia di pedalare!
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ARCH. Mariàngeles Expòsito – N° matricola: 16471

Una visione necessaria la Città 0.0 (utopia prematura la non città del futuro

Una breve descrizione di metodo:

Dalla città 2.0 alla città 0.0:

1 progettare la città per sottrazione di varie funzioni che convolgono l’economia urbana;
2 partire dall’aspetto economico per arrivare alla gestione fisica del fenomeno urbano;
3 la sotttrazione e spostamento o meglio delocalizzazione di parti di economia, in aree più accoglienti ad una vita legata alla natura -natura
4 la natura -natura è per sua definizione smart, la natura artificio delle città non può essere smart.
5 interazione trasversale tra economie e non verticale……

 

ARCH. Roberto Satta – N° matricola: 10620
Pervenuti il 13/05/2020

E’ arrivato il momento di ripensare il ruolo dell’architetto di fronte ai mutamenti sociali e climatici: non è più pensabile lo sviluppo urbano fondato sulla rendita differenziale e il consumo di suolo a scapito del bene comune. Le nuove tecnologie e professioni, lo smartworking sdoganato dalla crisi del Covid, il ripensamento delle filiere in chiave glocal (si pensi alle Bio-regioni che Jeremy Rifkin sta elaborando per l’Unione Europea su mandato della Von Der Leyen), la necessità improrogabile di contenere il riscaldamento climatico, e la conseguente gestione sanitaria, sono tutti fattori che muteranno bruscamente il quadro, nei prossimi giorni. Lo sviluppo cittadino di un grande centro, come Milano, non può essere delegato ai grandi costruttori: le politiche di smartworking genereranno una caduta dei valori immobiliari, perché non serviranno più, nel terziario avanzato, grandi spazi di lavoro collettivo. Allo stesso modo la mobilità potrà essere ridotta, risolvendo a monte problemi di carico urbanistico, inquinamento, occupazione di suolo. La ciclabilità potrà diventare una strategia, come nelle (fredde e piovose) capitali del nord Europa, per la mobilità inferiore ai 10 chilometri di molta gente che dovrà recarsi al lavoro. Avremo un maggior risparmio energetico, meno condizionatori, grande necessità di salvaguardare le grandi alberature e di implementare il verde pubblico. In questo quadro gli architetti si troveranno ad affrontare la riqualificazione energetica e funzionale del patrimonio immobiliare esistente (uno dei più alti pro-capite del mondo), i re-design degli spazi collettivi urbani, della mobilità, delle scuole. Mai, come in questo momento, abbiamo avuto bisogno della creatività e dell’immaginazione, dell’empatia e dell’utopia: per cambiare il mondo serve una grande iniezione di visione.

 

ARCH. Claudio ottorino monnini – N° matricola: 12710

Il Covid-19 è un pandemia mondiale che ha generato uno stato emergenziale globale, che non deve diventare perenne, non deve modellare le nostre città e i nostri comportamenti sociale per sempre. Il distanziamento sociale non deve essere la regola, ma una forma di tutela della vita temporanea. La specie umana, la sua sopravvivenza da sempre, la sue evoluzione, la sua cultura in tutte le società è basata sulla socialità. Le città stesse sono immagine delle società, le più belle città con le loro architetture sono immagini delle società che le hanno generate. L’architetto e l’architettura hanno responsabilità sociali ? L’architettura influisce sui comportamento sociali ? La risposta è la brutta architettura si, dobbiamo tornare a fare una bella architettura “la bellezza è un atto politico”. Sulle categorie di brutto e bello possiamo disquisire molto, per architetture brutte possiamo intendere le architetture fatte male, non guidate del pensiero dell’uomo ma del mercato. Torniamo a fare architetture belle guidate del fare e dal pensare dell’uomo. Un modello di certo sono le nostre città storiche costituite da quartieri, sestrieri a dimensione umana non solo metrica ma anche di vita umana. Aggiungiamo l’ingegno dell’uomo moderno e le nostre città torneranno ad essere belle. Questo deve essere il ruolo dell’architetto nella società, il suo contributo sarà farne parte in maniera attiva che si occupi di progettazione di spazi urbani, mobilità urbana, spazio costruito: fare il nostro mestiere al servizio della comunità, con umiltà, rigore e coscienza.

ARCH. sara inzadi – N° matricola: 13886

Il mio contributo è rivolto ad una riflessione che mi augurerei che i nostri delegati – regionali e nazionali – affrontassero in modo autocritico. Questi mesi di “forzato rallentamento” mi hanno permesso di riflettere che – nel panorama della nostra articolata Professione – manchi il coraggio di affrontare un tema molto delicato : il sistema meritocratico. Questo tema si sposa assai nel profondo con l’annosa questione della qualità dell’architettura che, in Italia, è sempre più una chimera. Mi è venuto quindi spontaneo pensare innanzitutto, che sarebbe necessario fare chiarezza una volta per tutte su cosa fanno gli Architetti, cosa fanno gli Ingegneri e cosa fanno i Geometri. So che è un tema lacerante come una bomba dirompente, ma credo che la confusione sia ancora molto tangibile nella mente dei nostri possibili committenti. Inoltre è riscontrabile come anche nella nostra comunità “non siamo tutti uguali”: chi si occupa di Restauro di edifici, ha competenze diverse da chi fa Arredamento di Interni, o da chi Progetta edifici ecosostenibili o Piani Urbanistici. Se facciamo chiarezza al nostro interno, saremo poi in grado di fare chiarezza con i nostri “diretti concorrenti” (ingegneri e geometri); questa operazione consentirà di dare un giusto orientamento anche ai nostri committenti. Se vogliamo essere una potenzialità strategica per il futuro del nostro Paese, certo, dobbiamo essere uniti, ma ciascuno nella sua diversità. Così facendo innalziamo la QUALITA’ dell’offerta, perché solo i migliori di noi opereranno nel proprio campo specifico. E gli Ordini saranno i garanti di un’offerta qualificata. Questo è un argomento che, a mio avviso, dovrebbe essere affrontato a livello nazionale, perché l’Architetto – ora più che mai – ha la missione di produrre qualità e il nostro paese deve continuare ad essere la culla del bello (e non solo di quello antico).

ARCH. daniela Fabbris – N° matricola: 1969 Ordine di Torino

Durante il periodo appena trascorso di lockdown ho avviato questa iniziativa: NHW | Near Home Working | LAVORARE VICINO A CASA È un progetto che che affronta in modo trasversale questioni connesse a mobilità urbana, attività produttive, urbanistica e qualità della vita. La piattaforma WEB si rivolge in particolare a Milano Città Metropolitana, ma credo che l’approccio potrebbe essere replicato in altre metropoli. L’obiettivo è semplice: portare l’ufficio di più di 500.000 dipendenti delle società che operano nell’ambito dei servizi a meno di 15 minuti da casa, evitando gli spostamenti non necessari. Come? Applicando le tecnologie digitali utilizzate per il lavoro agile (smart working), più che sperimentato in questi ultimi mesi, ma fuori dall’ambiente domestico, non adatto al lavoro. Il progetto prevede 3 fasi. La prima fase è appena partita. Si tratta di raccogliere le informazioni relativamente a 3+1 profili: società, dipendenti, proprietari di immobili. Il quarto profilo è rappresentato da Amministratori e Funzionari Pubblici, i quali, se interessati, possono “facilitare” i processi. Se le adesioni al progetto saranno significative, nella seconda fase sarà possibile individuare sedi distribuite sul territorio, riqualificarle e attrezzarle. Nella terza fase una “APP” consentirà di visualizzare gli indirizzi raggiungibili a piedi e di prenotare le postazioni di lavoro. I benefici che lo sviluppo e l’attuazione del progetto possono portare sono moltissimi e interessano ambiti diversi: Mobilità Urbana, Ambiente, Urbanistica, Economia, Socialità, Salute. Il programma è certamente ambizioso, ma con il contributo di tutti coloro che vorranno farsi coinvolgere, credo che possa essere realizzato. Per una migliore comprensione dell’iniziativa invito a visitare il sito www.nhw-mi.net e a iscriversi utilizzando uno dei “contact form” messi a disposizione: ogni feed-back sarà molto gradito. NHW Milano | Near Home Working LAVORARE VICINO A CASA nhw.milano@gmail.com

ARCH. Gabriele Nizzi – N° matricola: 9555

L’architettura è il marker della stato evolutivo di una società, leggere attraverso le forme delle tensioni sociali e culturali di ogni periodo storico, come la crisi viene anticipata attraverso le forme in architettura.
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ARCH. TERENZIO ANGELO Valentino – N° matricola: 5169
Pervenuti il 10/05/2020

Affonda nella notte dei tempi illuminati a gas lo strappo tra architettura e natura, e senza scomodare San Francesco, è paradigma millenario che al di fuori del paradiso terrestre l’uomo è un infelice. Con buona pace di Vitruvio, che, con la sua mole di ricerca, pur aveva perseguito, a partire dalle proporzioni, un intento di ordine, armonia e bellezza per piacere agli Dei e far felici gli uomini, guerra fu dichiarata apertamente da qualcuno, divenuto piuttosto famoso, che con il suo Modulor ci tenne a stabilire che l’Uomo è alto almeno 1829mm, atletico e con il vitino da vespa. Fu così lacerato l’ultimo brandello di una maglia che aveva legato, per millenni, simbioticamente, uomo e natura. Il ‘secolo spezzato’, come lo ha definito Philippe Daverio, non è stato un secolo facile, e cosa è stato costruito – anzi distrutto – da allora, è sotto gli occhi e nei polmoni di tutti. Ma circa cinquant’anni fa, un grande fermento ha offerto l’occasione per rifondare la nostra professione e gettare le fondamenta di una cultura architettonica e urbanistica rigorosamente e lealmente intelaiata sul rispetto costituzionale dei diritti dell’uomo e sulla ricerca scientifica della sostenibilità ambientale: la cosiddetta bio-architettura, il neourbanesimo, le riconversioni industriali, le normative sul Piano energetico, sull’accessibilità degli edifici, sulle risorse non rinnovabili. Un’importante occasione per porre le basi affinché la categoria professionale dell’architetto rappresentasse l’avanguardia ‘smart’ del paese, fosse guida di stili di vita improntati dal concetto di limite, il ‘modus’ dei latini, puntellasse la società con riferimenti e presidi territoriali equi, imparasse a sbrogliare la pletora di specialismi garantendo un risultato di bellezza, etica ed estetica, chiudendo un cerchio che da tempo, troppo, non si riusciva più a saldare.
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ARCH. Tiziana di Zinno – N° matricola: 12128
Pervenuti il 10/05/2020

In relazione ai punti “1 Territorio e pianificazione” e “4 Sostenibilità”, ritengo che prima di tracciare linee d’azione bisognerebbe generare strumenti conoscitivi affidabili, pubblici e di facile accesso a tutti (architetti e non), sensibilizzando sull’idea di città come sistema complesso e non aggregato di oggetti sconnessi. Segnalo il caso virtuoso del “New York Green Deal ” in cui il Comune ha generato una mappa interattiva degli immobili (basata sul BIM) della città costruita in collaborazione con la New York University. Edificio per edificio, i dati elaborati consentono di controllare la situazione in tempo reale e di intervenire quando necessario. In questo caso recente, il cittadino, l’amministrazione, i professionisti e Università entrano a far parte di un circolo virtuoso e di fiducia che comporta, oltre alla circolazione della moneta, un serio e attestato miglioramento delle condizioni della città. I punti “2 Abitare e lavoro” e “3 Lo spazio pubblico:” sono a mio avviso particolarmente connessi perchè i luoghi di lavoro come le abitazioni spesso sono al di sotto degli standard qualitativi. Forse l’appropriazione di spazi e luoghi pubblici (non solo per svago o sport) può essere utile a smorzare tale situazione, se vengono dotate di infrastrutture digitali accessibili a tutti, venendo incontro anche alle classi sociali meno abbienti. Appare pacifico che per le tipologie di lavoro al di fuori del Terziario sarà necessaria una ulteriore riflessione. Segnalo i link che considero utili per approfondire le tematiche esposte:
https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Citta-intelligenti-09f4f8c3-d729-435e-b70f-928f5ad3c1a2.html
https://www1.nyc.gov/office-of-the-mayor/news/209-19/action-global-warming-nyc-s-green-new-deal/#/0 https://www.nycommunities.org/
Spero che il contributo possa essere oggetto di discussione e dibattito.
Grazie per l’attenzione, Stefano Evangelista, neo dottore magistrale in Architettura delle Costruzioni (29/04).

Dott. Stefano Evangelista
Pervenuti il 08/05/2020

La riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente , scelta dei materiali negli edifici di nuova costruzione , progettazione del verde in ambiente urbano. Riprendere, approfondire e mettere in atto aggiornamenti sui dati raccolti e relative misure da applicare nel postCovid19.

ARCH. Paola V. Rottola – N° matricola: 3424

Le arene di una quasi tauromachia abstract In questi ultimi decenni nostre società si polarizzano tra entità unitarie e totalità del corpo sociale sottovalutando i “corpi intermedi”. Mi pare significativo sfruttare questo momento speciale per riflettere a qualche direzione futura che potrebbe essere intrapresa. L’incrocio tra perdita di forza – e sovente di senso – dei corpi intermedi (entità religiose, partiti, sindacati, grosse associazioni, gli stessi ordini professionali) e trasformazione del nostro sistema economico ormai chiaramente globalizzato porta a pensare che sarebbe il caso di dare forza alla costituzione di entità comuni per affrontare il nostro prossimo futuro (Utilizzo common per indicare questo senso di comune). Elinor Ostrom (1990) individua lo spazio d’interazione normativa come un nucleo fondamentale del funzionamento dei common e lo chiama arena. Qui convergono e si forgiano risorse, comunità e regole specifiche di questa componente della società. La definizione descrive una neo-agorà ove la terminologia del tangibile descrive l’intangibilità del funzionamento. Nel pensare al “ruolo dell’architetto nella società” repentinamente modificata si intravede come possibile compito professionale lo sviluppo di queste arene in modo da aprire a nuove esperienze di produzione dello spazio/del territorio/della società. E common potrebbe essere lo sviluppo di “arene di/con architetti” che propongono micro-narrazioni contemporanee, empaticamente legate ai bisogni dei clienti ma anche ai colleghi professionisti iscritti a migliaia, dediti a decine di differenti professioni e troppo spesso in difficoltà narrativa, semantica ma anche – e forse soprattutto – economica. Ci si potrebbe immaginare l’Architetto come promotore della trasformasione in chiave tripartita dell’attuale concezione binaria “pubblico/privato”. Per parafrasare il titolo di un’antica intervista ad Àlvaro Siza Vieira propongo un pensiero traversante dall’arena all’agorà … all’arena.

ARCH. Romeo Carabelli – N° matricola: 3424
Pervenuti il 07/05/2020

Una proposta dell’Istituto Nazionale di Architettura – In/Arch
Stralcio da Comunicato Stampa:

La crisi sanitaria e il lungo lockdown di questi mesi rischiano di provocare un preoccupante aumento delle diseguaglianze sociali nel nostro Paese. La disoccupazione crescente e la perdita di reddito si rifletterà pesantemente anche sulla condizione abitativa delle fasce deboli della popolazione… … l’Istituto Nazionale di Architettura propone alle forze politiche e sociali del Paese di avviare un nuovo piano di investimenti per garantire alloggi sociali a chi ne ha bisogno. Secondo l’In/Arch l’impegno per il diritto alla casa delle fasce deboli della popolazione è componente essenziale di un nuovo welfare in grado di diminuire precarietà e povertà. Per questo crediamo che nella fase di rinascita del Paese … occorrano risorse pubbliche mirate a garantire alloggi a canone sociale. Un impegno per la casa sociale che sappia anche offrire risposte ai problemi dell’accoglienza e dell’integrazione di nuovi lavoratori immigrati, spesso vittime di un disagio abitativo tra i più estremi. Un impegno che sappia infine stimolare un forte rinnovamento nei metodi e nei rapporti di produzione nel settore edilizio e un’intensa partecipazione di coloro che saranno destinati ad abitare le case che verranno predisposte. …deve essere un potente volano per le politiche di rigenerazione urbana, di riuso e riqualificazione dell’ingente patrimonio immobiliare pubblico e privato dismesso secondo criteri di sostenibilità ambientale e sociale e di efficienza energetica, nonché di rivitalizzazione delle aree interne del Paese e dei borghi disabitati. Un piano di edilizia sociale pubblica ha bisogno del contributo del mondo della produzione edilizia e della cultura architettonica. Rappresenta un’occasione per tornare a riflettere – nella nuova prospettiva della rigenerazione urbana e non più dell’espansione – sulla casa sociale, sulle nuove soluzioni tipologiche, distributive… Roma, 06/05/2020
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ARCH. Renzo Bassani – N° matricola: 6420
Pervenuti il 06/05/2020

Vorrei segnalare due ambiti a me cari:

BARRIERE ARCHITETTONICHE: Penso questa sia l’occasione per ripensare la città come un luogo a misura veramente di tutti in termine di fruizione di spazi e di accesso ai servizi. Non solo pensando ai disabili secondo una classica percezione abilista – la persona in sedia a rotelle o non vedente – ma anche nel più ampio spettro delle diversità sensoriali, percettive e comportamentali. Si sono fatte in fretta e furia le nuove pensiline dei tram per adattarle allo standard europeo. Ora bisognerebbe premere per un disegno dello spazio urbano a equa misura di tutti i cittadini, in primis quelli con diversa abilità motoria, poi quelli per esempio aventi ipersensibilità sensoriali ricadenti in spettri autistici o asperger, poi quelli affetti da sindromi di tipo capacitativo-elaborativo, e così via. Perchè ciò possa essere realizzato bisognebbe intervenire quartiere per quartiere costruendo una sorta di città a patchwork, diversa e forse meno scenografica, ma più fruibile.

QUARTIERE LGBT: Nonostante il notevole impegno politico della giunta Sala di questi ultimi anni, manca ancora il riconoscimento formale e urbanistico di un quartiere LGBT, che di fatto c’è già, ma che l’emergenza COVID e la chiusura di tutti i locali di ritrovo rischia di far scomparire. Sino ad ora la comunità lgbt era legata e unita dall’esistenza di un esiguo manipolo di bar attorno a Via Lecco e poche associazioni culturali. Insieme alla pedonalizzazione della parte di Via Lecco adiacente a Via Benedetto Marcello sarebbe ora di pedonalizzare anche la parte verso i giardini Indro Montanelli, nominando ufficialmente l’area come quartiere gay. Si tratta di tutelare una parte della società e il suo diritto alla socialità pubblica, senza che questa sia vincolata all’apertura o alla chiusura di realtà commerciali – si pensi alla triste chiusura dell’Elephante in Via Melzo, che ha rappresentato per tanti di noi la vera gay street e ora è una via come tante altre.

ARCH. Andrea Bosio – N° matricola: 20829
Pervenuti il 04/05/2020

Gli spazi collettivi nei quartieri. E’ urgente reperire spazi ad uso collettivo nei quartieri per decentrare molte attività (sulla falsariga del piano per “Parigi 15 minuti”). Spazi per smart working, aree gioco anche al coperto, servizi culturali diffusi, commercio al dettaglio, ecc. Questo per disincentivare anche gli spostamenti delle persone. In che modo? Il recupero di spazi dismessi anche privati che costellano Milano e sul cui riutilizzo il Comune dovrebbe dire la sua. Gli architetti avrebbero un ruolo fondamentale per riprogettare tutti questi luoghi e metterli a sistema, fondamentale per non creare frammentazione ma piuttosto inserirli in una rete ecologica costellata da punti nodali di servizi. Certamente si dovrebbe procedere allo snellimento della burocrazia in modo da ridare ai professionisti la possibilità di progettare di nuovo in maniera creativa e veramente innovativa.
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ARCH. Maria Beatrice Servi – N° matricola: 10727

L’accessibilità degli spazi urbani è un fattore centrale per il suo utilizzo da parte di diversi gruppi all’interno della popolazione. Tre fattori fondamentali, che variano molto da un gruppo sociale all’altro, caratterizzano l’accessibilità: la mobilità, l’attività fisica e la disponibilità di tempo. Combinando questi fattori per diversi
gruppi, è possibile sviluppare un modello gerarchico di fruizione
dello spazio aperto. Le relazioni tra spazi aperti con diversi gradi di accessibilità offrono anche un modo essenziale per esercitare un monitoraggio sociale e regolamentare l’uso degli spazi.
Dal punto di vista delle diverse politiche europee sulle aree verdi e sugli spazi pubblici, la loro proporzione e accessibilità sono tra gli indicatori dello sviluppo urbano sostenibile. I vantaggi legati alla dotazione di spazi pubblici sono piuttosto evidenti e diretti qualora il progetto, concepito secondo una rete di luoghi prevalentemente pedonali, rientri nell’ambito di una strategia della mobilità urbana.

La distanza può diventare lo strumento per definire nuove gerarchie e
strutture dello spazio di relazione, laddove il passaggio tra pubblico e privato si presta a una classificazione più articolata, che richiede sfumature sottili, la messa in atto di sequenze, senza prescindere dal considerare che il comune non può essere stabilito a priori ma lo spazio può solo e deve offrire le condizioni affinché questo comune possa aver luogo. La prossimità sembra destinata ad acquistare un nuovo ruolo di centralità nel discorso e nel progetto per lo spazio pubblico. L’interesse per questo tema permette di riconoscerne il potenziale in particolare sul fronte di 2 tra i possibili significati che si presta ad assumere: nei termini di sostenibilità e in quelli di rapporto privilegiato e diretto con la dimensione natura, che richiama inevitabilmente all’idea di paesaggio come mezzo per ripensare ai temi del benessere, della salute e dell’ecologia.
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ARCH. Chiara Moranduzzo – N° matricola: 20704
Pervenuti il 30/04/2020

l’importanza di fare progetti
spazio alle persone
progettazione partecipata
collaborazione professionale

ARCH. Silvia Colombo

L’architetto, nello scenario post Covid-19 è, secondo me, chiamato a sviluppare forme di competenza innovative interdisciplinari che vadano oltre gli specialismi tradizionali, in modo da poter offrire una “visione generalista”, tipica delle sue competenze disciplinari originarie, ma che va adeguata ai tempi, dopo decenni di esasperata specializzazione. Infatti, se c’è una cosa che dovrebbe averci insegnato, questa “aggressione pandemica”, è la necessità di ritornare ad avere delle capacità di organizzazione progettuale d’insieme. In tal senso, risulta abbastanza inutile, individuare dei temi, su cui dibattere, tra loro sganciati : Territorio e pianificazione, Abitare e lavoro, Lo spazio pubblico, Sostenibilità, sono contenuti da dare alla città post Covid19, che vanno assolutamente trattati progettualmente assieme, in una “visione di quadro” in grado di dare una vera nuova “rinascenza”. Una qualità ed una “salute” nuova alle conurbazioni urbane, a Milano. Se vorremo evitare che tra qualche anno il virus, l’epidemia, ci colpisca di nuovo, dovremo CAMBIARE: le architetture, le città, i metodi di lavorare, di muoversi, di consumare, di coltivare ed allevare, ed anche di vivere. Tutto dovrà cambiare, poco o tanto, se non si vuole che l’epidemia prima o poi ritorni, più ferale di quello che stiamo ancora subendo.
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ARCH. Dario Eliano Adolfo Sironi – n° matricola 5029

Segnalo i temi che trattiamo in questo blog con riferimento al ruolo del designer e alla sostenibilità del prodotto d’uso:
https://www.paolocogliati.org/blog
SOSTENIBILITÀ, POVERTÀ, MODA e CONSUMO.Riflessioni a partire dal pensiero di Goffredo Parise.

ARCH. Paolo Cogliati – n° matricola 6593
Pervenuti il 29/04/2020

Cercare di riorganizzare lo spazio urbano dal condominio al quartiere

ARCH. Susanna Avellino – n° matricola 7482

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Tavolo 4 - Lavori Pubblici: programmazione dei servizi e centralità del progetto